(Italiano) Questa è l’Africa

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di Guido Barbera tratto da Solidarietà Internazionale – www.cipsi.it

Villaggio di Mogon, Regione di Morua, Nord Camerun. Sabato 11 luglio, ore 19,30. Scendo dalla jeep che mi ha portato al villaggio lungo una strada sterrata della savana, allagata dalla prima grande pioggia. Acqua e fango hanno reso molto difficile la guida dell’autista, ma non hanno fermato la gente del villaggio. Già a oltre due chilometri dal villaggio alcune moto erano in attesa del mio arrivo. Subito dopo alcuni giovani su vecchie biciclette, poi bambini, donne, anziani, tutti festosi, con canti e danze, agitando rami di alberi con poche foglie.

Il villaggio è senza luce. Non esiste energia elettrica. Per l’acqua, un solo pozzo costruito da un’associazione di giovani locali con l’aiuto della Fondazione Betlemme, costituita da Padre Danilo dei missionari del Pime. Il villaggio di 35mila abitanti è in festa. Danze e canti si protraggono fino a notte tarda. La gente in una lunghissima fila è davanti alla porta della casa che mi ospita per salutarmi. Mi portano un piatto con una grossa “palla” di polenta bianca accompagnata da “bullon” – piccoli pezzetti di carne in una salsa di foglie e pomodori. Mi spiegano che quando si cucina, si mette sempre da parte un po’ di polenta e qualcosa da mangiare per l’ospite che può arrivare inatteso. Se non arriva nessuno, il mattino seguente i bambini lo mangiano.

Questa accoglienza mi turba. Mi sconvolge. La mia testa corre a quanto ho lasciato in Italia. A chi vuole sparare sui gommoni per evitare che la gente arrivi in Italia, a chi non li vuole, a chi li condanna, a tutte le ipocrisie, di destra e di sinistra, che pesano sulla vita e sulla dignità di migliaia di esseri umani. Mi fermo a parlare con i saggi dei villaggi, con i capi villaggio, con i sindaci e i prefetti. Tutti mi ripetono la stessa cosa: “i nostri villaggi invecchiano. Non sappiamo più come trattenere i giovani. Sono spaventati dai terroristi di Boko Haram. Non c’è energia elettrica nei villaggi e non possono neppure ricaricare i loro telefoni. Non possono avere un computer, per questo partono. Per questo cercano l’Europa. Per questo muoiono nei vostri mari. E voi, cosa fate?”. Già, cosa facciamo noi? Cosa fa la cooperazione? Cosa fa il nostro Paese? Sinceramente provo vergogna di fronte a una politica che vede e vuole la cooperazione, come promozione delle nostre imprese e dei nostri interessi all’estero.

La promozione dell’approccio “Pubblico-Privato” non è niente altro che una nuova forma di colonizzazione dei potenti sugli sfruttati. Per questo la nuova legge italiana per la cooperazione è nata vecchia, e non serve alla tutela dei diritti e dei beni comuni dell’umanità. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel mondo vi sono 232 milioni di migranti internazionali. Il numero di lavoratori migranti è raddoppiato rispetto al decennio precedente, con una maggioranza di giovani tra i 20 e i 35 anni. I migranti fuggono da guerre e persecuzioni. Ma fuggono anche, e soprattutto, dalla povertà, per cercare migliori opportunità economiche, come i giovani che ho incontrato in Camerun. Sono diventato rosso di vergogna, quando ho dovuto dire ai capi villaggio, ai sindaci e alle varie autorità che il Camerun non è “un Paese prioritario” per la cooperazione italiana.

Non ci sono contributi per loro. Non hanno neppure più la presenza e la collaborazione dei volontari e dei giovani in servizio civile, fatti rientrare per motivi di sicurezza. Non basta, caro presidente del Consiglio, andare ai Summit in Africa – Addis Abeba, 18 luglio – e dichiarare che “la vera sfida non è solo salvare vite umane ma creare lavoro qui, dare nuove prospettive di lavoro qui. La gente scappa da una condizione di povertà e persecuzione. Noi dobbiamo fare di più. Dobbiamo investire nella cooperazione”. Come si può, in Africa, dichiarare di voler situare l’Italia al terzo – quarto posto tra i paesi più attivi nella coope- razione allo sviluppo entro il prossimo triennio, quando da vent’anni la nostra cooperazione ha abbandonato la cooperazione. Ha abbandonato i più poveri! Prima di pensare alla cooperazione come promozione delle imprese per la creazione di posti di lavoro, dobbiamo pensare alla cooperazione come garanzia dell’economia familiare e sociale, perché è questa a garantire la capacità di sopravvivenza della maggior parte dell’umanità. Basta poco, il microcredito lo dimostra, a garantire un futuro e il mantenimento della propria dignità a milioni di persone. Dobbiamo smetterla però con falsità, interessi e ipocrisie.

Dobbiamo smetterla di usare i media per diffondere false informazioni e costruire una cultura dell’odio, del rifiuto, del conflitto. Mi vergogno, come cittadino e come giornalista, di tutti coloro che usano la tragica sofferenza dei rifugiati, profughi e migranti, per fini politici e di campagna elettorale.

Ho sempre pensato alla politica come risposta e garanzia ai cittadini. Oggi la vedo solo più come strumento di divisione, conflitto e interesse dei centri di potere. E allora non mi resta che tornare alla mia Africa, sperando che non si lasci trasformare dai pinocchi italiani ed europei. Grazie Africa.

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